sabato 23 maggio 2020



Adottata dalla CE la nuova Strategia UE per la Biodiversità al 2030



La nuova Strategia UE per la Biodiversità al 2030 - EU Biodiversity Strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives è uno dei pilastri fondamentali del nuovo Green Deal Europeo.
Con la nuova strategia l’UE si pone l’obiettivo di stabilire aree protette per almeno il 30% del mare ed il 30% della terra in Europa, il ripristino degli ecosistemi degradati terrestri e marini in tutta Europa attraverso l’utilizzo di agricoltura sostenibile, l’arresto del declino degli impollinatori, il ripristino di almeno 25 000 km di fiumi Europei ad uno stato di corrente libera, la riduzione dell’uso e del rischio di pesticidi del 50% e la piantagione di 3 miliardi di alberi entro il 2030. Con la nuova strategia saranno sbloccati 20 miliardi di euro/anno. Questi soldi dovranno però essere destinati ad azioni finalmente concrete.
Crediamo che il 50% del Recovery Plan (RP) dovrebbe essere dedicato alla spesa per il clima e l’ambiente al fine di ricostruire economie e società più forti e resilienti. La strategia Biodiversità 2030 dovrà essere attuata in sintonia con la strategia per i sistemi agro-alimentari “Farm to Fork”, essendo l’agricoltura la principale causa di perdita di biodiversità in Europa.E i nuovi obiettivi, concreti e misurabili, per le filiere agricolo-alimentari dovranno essere recepiti dagli stati membri nei piani nazionali per la PAC post 2020. 
L’approvazione delle strategie è certamente un evento fondamentale per la tutela della natura e della biodiversità nei prossimi 10 anni . Il fattore tempo infatti è una variabile decisiva e i leader nazionali devono sostenere queste proposte per guidare la società fuori dall’attuale crisi climatica e della biodiversità che minaccia la nostra stessa esistenza.
Per approfondimenti


giovedì 21 maggio 2020

Persone e non braccia. Lo sciopero degli invisibili.

In sostegno del lavoro agricolo, contadini/e e braccianti per un'agricoltura dei diritti. Oggi si è svolto lo sciopero degli invisibili. Alcune riflessioni a cura di ARI Associazione Rurale Italiana.

Siamo a fianco di USB Lavoro Privato nazionale e altre organizzazioni sindacali che, in risposta al decreto “Rilancio”, hanno annunciato uno sciopero dei e delle braccianti per il giovedì 21 maggio 2020 chiedendo il sostegno dei/delle contadini/e e dei consumatori.
Tale decreto, varato dal Consiglio dei Ministri il 13 maggio, ha in qualche modo materializzato un dibattito in corso da ormai due mesi e mezzo sul tema della regolarizzazione del lavoro agricolo. A questo è dedicato l'articolo 110 bis dal titolo “Emersione di rapporti di lavoro”, che istituisce due differenti modalità di regolarizzazione: la prima consiste nell'emersione dei lavoratori e delle lavoratrici impiegati/e irregolarmente attraverso l'autodenuncia del datore di lavoro, la seconda nel rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi per le persone il cui permesso era scaduto a partire dal 31 ottobre 2019. Queste misure si rivolgono ai lavoratori e alle lavoratrici impiegati/e nei settori dell’agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura; assistenza alla persona; lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Tale intervento, che rafforza ulteriormente il vincolo tra manodopera e datori di lavoro, resta una regolarizzazione parziale e frammentaria, espressione di una visione della dignità del lavoro, delle persone e dell'agricoltura stessa difficilmente accettabile.
Sin dall'inizio della crisi sanitaria, un'enfasi rilevante è stata infatti posta sul rischio della mancanza di manodopera agricola migrante necessaria al funzionamento del sistema agroalimentare italiano.
I toni allarmistici utilizzati a riguardo, lasciano intravedere la preoccupazione che una lieve flessione dell'offerta di lavoro possa mettere a rischio non tanto i raccolti, quanto la disponibilità di una manodopera in eccesso ricattabile e in concorrenza, condizioni necessarie per il contenimento dei salari. Se i dati dimostrano in effetti che il lavoro salariato in agricoltura, in cui si stima una presenza di contratti irregolari di circa 164 mila unità, è un aspetto strutturale dell'agricoltura italiana, il problema non può essere certo affrontato con interventi emergenziali e sradicati dalla specificità del settore economico in cui si inserisce.
Il decreto derubrica anche al comma 17 gli interventi finalizzati a “contrastare efficacemente i fenomeni di concentrazione dei cittadini stranieri di cui ai commi 1 e 2 in condizioni inadeguate a garantire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie richieste al fine di osservare la diffusione del contagio da Covid-19 ” non tenendo minimamente in conto il carattere strutturale degli insediamenti informali in cui vivono migliaia di lavoratori migranti.
Nel corso degli anni, noi contadini/e, a fianco di associazioni antirazziste e sindacali, abbiamo assistito ad una proliferazione di tendopoli, talvolta platealmente distrutte per poi essere ricostruite attingendo al denaro pubblico, e di misure per permettere l’accesso alle stesse che hanno rappresentato un progressivo perfezionamento delle forme di gestione degli spazi di vita di lavoratori e lavoratrici.
Crediamo sia il tempo di interventi strutturali che puntino allo smantellamento di questi insediamenti a fronte di un accesso mediato e garantito dalle istituzioni locali a sistemazioni abitative dignitose, tenuto conto dei bisogni specifici dei lavoratori e delle lavoratrici di ciascun territorio. Qualsiasi altro tipo di intervento che prescinda ancora una volta dalle voci dei diretti interessati rischia di tradursi in un oneroso dispendio delle risorse pubbliche per soluzioni fallimentari o di creazione di ulteriore frammentazione e tensione tra i lavoratori/lavoratrici stessi/e.
Il decreto intende inoltre rafforzare la Rete del lavoro agricolo di qualità, introdotta nel 2014. Il riferimento a tale strumento rafforza l'idea del/della lavoratore/lavoratrice che può godere di diritti solo in base alla propria funzionalità ad un'agricoltura che è quella a misura dell'agroindustria italiana. Crediamo sia necessaria una riflessione critica sui rapporti di forza all'interno delle filiere del Made in Italy, un sistema economico produttivo che rimane, in tutti i suoi aspetti organizzativi, distante dai bisogni dei contadini e dei lavoratori, ma anche dei consumatori, a favore di poche grandi industrie orientate principalmente all'esportazione.
Siamo alleati delle associazioni e dei gruppi che da anni hanno sostenuto con azioni di solidarietà attiva i lavoratori e le lavoratrici dei campi che in questi due mesi non hanno avuto il diritto al distanziamento sociale. Crediamo allo stesso tempo queste azioni solidali siano da sostenere perché strumenti che accendono l'attenzione sul tema del lavoro e richiamano alle responsabilità le istituzioni come nel caso della campagna Portiamo l'acqua al ghetto di Campobello di Mazara” in Sicilia dove ad una raccolta fondi per rispondere ad un bisogno primario si accompagnano puntuali indicazioni per interventi strutturali (vedi comunicato stampa del 14 maggio 2020).
Riteniamo che oggi più che mai sia necessario riaffermare e rimettere al centro del dibattito pubblico e politico i diritti già sanciti dalla #UNDROP “Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e di altre persone che lavorano in zone rurali”, in particolare il diritto a un tenore di vita dignitoso, a condizioni di lavoro sicure e sane, incluso l’accesso all’ acqua potabile e ai servizi igienici, alla previdenza sociale e ad un alloggio adeguato.
Chiediamo quindi, come già espresso nel nostro comunicato del 30 marzo scorso, una sospensione immediata dei cosiddetti “Decreti Salvini”, la regolarizzazione di tutti i/le migranti e l’attuazione di misure volte a risolvere in modo strutturale e permanente la questione degli insediamenti informali dei lavoratori e delle lavoratrici agricoli/e.
Per informazioni e contatti: info@assorurale.it  
FB @assorurale http://www.assorurale.it/ 



martedì 19 maggio 2020



Pubblichiamo una nota dei Co Portavoce di Europa Verde E.R. Silvia Zamboni e Paolo Galletti,  sul fenomeno del caporalato, a seguito degli episodi venuti alla luce nelle campagne romagnole.

Scoperti nuovi casi di caporalato nelle campagne della Romagna: occorre intervenire con urgenza e fermezza per bloccare il fenomeno alla radice.
“La Regione Emilia-Romagna promuova un Patto per il Giusto Compenso al Lavoro Agricolo coinvolgendo le forze economiche e sociali della filiera”.

Bologna, 19.05.2020 - La recente emersione di un nuovo caso di caporalato in Emilia-Romagna, con migranti afgani e pachistani impiegati in aziende dei territori di Castrocaro Terme, Bagnara di Romagna, San Clemente e San Giovanni in Marignano pagati da loro connazionali pochi euro al giorno e condannati a vivere in condizioni disumane, ha alzato il velo su una realtà finora rimasta nell'ombra, nonostante nella nostra regione fossero emersi episodi di caporalato anche in passato. Come ricordava domenica scorsa su un quotidiano bolognese Umberto Franciosi, Segretario Generale Flai Cgil, che citava in particolare un caso a Forlì, precisando che la sua organizzazione denuncia “da anni casi di caporalato e intermediazione di manodopera agricola in tutta la filiera emiliano-romagnola: dai campi ai macelli”.

L'importante opera di indagine svolta dalla Magistratura e dall'Ispettorato del lavoro, che ha portato in superficie il nuovo caso nelle campagne romagnole, affronta però solo la parte finale del problema, che per essere risolto va analizzato e affrontato nella sua complessità.
Due i piani sui quali occorre agire con urgenza.

Il primo: regolarizzazione dei braccianti immigrati per sottrarre alla malavita esseri umani da sfruttare col lavoro nero facendo leva sulla loro situazione di fragilità sociale. Giusta, quindi, la recente decisione del governo di regolarizzare i migranti che lavorano nelle campagne. Si tratta però solo di un aspetto: tutti i lavoratori agricoli stagionali - italiani oltre che stranieri - sono esposti al rischio dello sfruttamento e dell’intermediazione criminale di manodopera.

Per questo bisogna intervenire su un secondo piano, ossia garantire il giusto compenso ad imprenditori agricoli e braccianti lungo tutta la catena del valore, per sottrarre gli stagionali  al lavoro nero e al caporalato, che sono funzionali a ridurre i costi della manodopera in una situazione in cui il datore di lavoro agricolo sia a sua volta sotto-remunerato dall’acquirente finale. Tale situazione di squilibrio nel potere contrattuale tra produttori e acquirenti danneggia anche i circuiti agroalimentari locali, la piccola distribuzione di prossimità e l’agricoltura contadina.
Anche la direttiva 633/2019 del Parlamento europeo sottolinea che "Nella filiera agricola e alimentare sono comuni squilibri considerevoli nel potere contrattuale tra fornitori e acquirenti di prodotti agricoli e alimentari. È probabile che tali squilibri di potere contrattuale comportino pratiche commerciali sleali nel momento in cui partner commerciali più grandi e potenti cerchino di imporre determinate pratiche o accordi contrattuali a proprio vantaggio relativamente a una operazione di vendita".
In questo contesto, non aiuta il fatto che, dopo l’approvazione da parte della Camera dei Deputati, sia ancora ferma al Senato la proposta di legge che vieta le aste al doppio ribasso nell’acquisto di prodotti alimentari dai produttori all’origine.

Per contrastare questa deriva, la Regione Emilia-Romagna può fare molto, a partire dall’attivare
la Consulta Agricola Regionale, che riunisce associazioni dei produttori agricoli, sindacati e Grande Distribuzione Organizzata (GDO) - principale sbocco di mercato per l’ortofrutta proveniente dalle nostre campagne. Questo tavolo di confronto - che Europa Verde chiede di integrare con l'Ispettorato del lavoro e le organizzazioni dei produttori biologici, una realtà sempre più rilevante in Emilia-Romagna - deve diventare la sede per concertare una soluzione strutturale al problema del caporalato che ristabilisca il giusto equilibrio tra tutti gli attori della filiera per assicurare la trasparenza del prezzo finale dei prodotti agricoli attraverso la ridefinizione delle quote di giusto salario per i lavoratori e di giusto profitto per gli imprenditori. In altre parole, occorre definire e siglare un Patto per il Giusto Compenso al Lavoro Agricolo.

A garanzia di questa correttezza, Europa Verde propone inoltre di istituire un marchio di certificazione per i prodotti "liberi dal caporalato".  Con questo strumento si potrebbe contrastare alla radice il fenomeno del lavoro in nero e/o sottopagato, rendendo il lavoro agricolo socialmente sostenibile e premiando i produttori onesti.
Infine, proponiamo che il possesso di questo marchio sia collegato all’ottenimento di specifiche premialità da inserire nei futuri bandi per l’assegnazione dei fondi del Programma di Sviluppo Rurale.

Paolo Galletti, co-portavoce Europa Verde/Federazione dei Verdi Emilia-Romagna
Silvia Zamboni, consigliera regionale di Europa Verde
e co-portavoce Europa Verde/Federazione dei Verdi Emilia-Romagna


giovedì 7 maggio 2020



Condividiamo e rilanciamo l’appello dei cuochi dell’Alleanza Slow Food per chiedere alle istituzioni di sostenere la migliore agricoltura d’Italia e la ristorazione di qualità, hanno aderito a oggi 2500 tra cuochi, contadini, allevatori, artigiani e cittadini




https://www.italiaambiente.it/2020/05/07/appello-dei-cuochi-per-sostenere-la-piccola-agricoltura-fare-rete-dal-campo-al-ristorante/

martedì 5 maggio 2020

Chi ci nutrirà?


Al link seguente, un bel documento scaricabile che confronta i due modelli prevalenti di agricoltura
in termini di efficienza globale ( https://camminardomandando.wordpress.com/testi-da-scaricare/cibo-e-agricoltura/chi-ci-nutrira)

La questione chiave che ci troviamo davanti per scegliere quali politiche promuovere a sostegno di quale modello agricolo è riassunta in questo passaggio del documento:

"La sovranità alimentare ottenuta attraverso la Rete contadina è la base della sicurezza alimentare mondiale. Sostenere la rete contadina è l‟unica scelta realistica che possiamo fare di fronte al cambiamento climatico. Ma entro la fine di questo secolo l‟agricoltura che è stata praticata per almeno 12.000 anni dovrà affrontare condizioni climatiche che il mondo non ha mai conosciuto in 3 milioni di anni. I contadini non potranno continuare a nutrire il mondo se non si introdurranno profondi cambiamenti." 


Tra le tante informazioni note, ho trovato alcune cose veramente illuminanti. Un piccolo elenco questi messaggi chiave (la numero 3 è semplicemente devastante):

1. I contadini sono i principali o gli unici fornitori di cibo per più del 70% della popolazione mondiale, e producono questo cibo con meno (a volte molto meno) del 25% delle risorse (terra, acqua, combustibili fossili) utilizzate per portare sulle tavole il totale del cibo che si consuma nel mondo.

2. La catena alimentare agroindustriale usa quindi almeno il 75% delle risorse agricole mondiali ed è una delle principali fonti di emissioni di gas a effetto serra (GES), ma fornisce cibo a meno del 30% della popolazione mondiale.

3. Per ogni dollaro che i consumatori pagano ai rivenditori di cibo della catena industriale, la società paga altri 2 dollari per i danni all'ambiente e alla salute che la stessa catena provoca. La somma totale dei costi diretti e indiretti imputabili alla catena industriale equivale a 5 volte l‟ammontare annuale delle spese militari dei governi del mondo.

4. La catena agroindustriale manca dell‟agilità necessaria per rispondere al cambiamento climatico. La sua attività di ricerca e sviluppo non solo è distorta,ma è anche in calo nella misura in cui il mercato globale del cibo si concentra.

5. La rete alimentare contadina alimenta la biodiversità da 9 a 100 volte più della catena agroindustriale in termini di piante, bestiame, pesci e foreste. I contadini hanno la conoscenza, l‟energia innovativa e le reti sociali necessarie per rispondere al cambiamento climatico; hanno il raggio d‟azione e la scala adeguata; e sono più vicini a coloro che soffrono la fame e la malnutrizione.

6. Ci sono ancora molte cose sui nostri sistemi alimentari che non sappiamo di non sapere. A volte, la catena agroindustriale sa, ma non dice. Altre volte, i politici non vi prestano attenzione. Più spesso, non teniamo conto dei diversi sistemi di conoscenza che si trovano nella rete alimentare contadina.

7. La questione di fondo è che 3 miliardi e 900 milioni di persone soffrono la fame o la malnutrizione perché la catena agroindustriale è troppo distorta, immensamente troppo costosa e (dopo 70 anni di tentativi) semplicemente non arriva a nutrire il mondo.

Ma se tutto questo rende così evidente l'illogicità del modello agroindustriale, come mai si continua a sostenerlo, a scapito dell'agricoltura contadina?
Una prima risposta arriva da questa considerazione (sempre contenuta nel documento linkato): "Per la Catena è molto più economico e redditizio investire in pubbliche relazioni per pubblicizzare un'innovazione di facciata piuttosto che spendere in Ricerca e Sviluppo."

Oppure:  " (...) la sfera dell‟informazione „protetta da brevetto aziendale‟ si sta allargando perché le imprese non vogliono a nessun costo far conoscere né al pubblico né ai politici ciò di cui sono a conoscenza. Come risultato, i politici accettano come incontestabili certi miti, come quello della crescita inevitabile del consumo di carne e di latticini e quello del bisogno di prodotti chimici (o di sementi OGM, aggiungo io) per l'agricoltura se si vuole produrre cibo per tutta l‟umanità."

Insomma, lobbing e propaganda. Efficacissimi sistemi di controllo della politica. O, almeno, dei politici, tendenzialmente ignoranti. Ci ritroviamo così, ai tempi del corona virus, per esempio, la chiusura dei mercati agricoli all'aperto, con relativo incremento del fatturato della GDO e strozzatura ulteriore dei piccoli produttori locali.

In conclusione, sempre citando il documento:
"Se ci fossero politiche adeguate, accesso alla terra e rispetto dei diritti, le strategie agroecologiche potrebbero raddoppiare o anche triplicare il numero dei lavoratori agricoli, riducendo sostanzialmente la pressione sulle città esercitata dalla migrazione, migliorando in maniera significativa la qualità nutrizionale del cibo e la sua disponibilità, eliminando la fame e nello stesso tempo riducendo di più del 90% le emissioni di gas a effetto serra dovute all'agricoltura."

sabato 2 maggio 2020

Un nemico naturale della cimice asiatica Halyomorpha haly  è la vespa samurai Trissolcus japonicus. A breve la sperimentazione con lanci in 712 siti.
Se giustamente da una parte si prova a contenere con metodi bio la cimice asiatica dall'altra è incomprensibile la deroga per il Clorpirifos insetticida neurotossico per gli umani ma anche per la vespa samurai. 

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https://agronotizie.imagelinenetwork.com/difesa-e-diserbo/2020/04/29/vespa-samurai-contro-cimice-asiatica-tutto-quello-che-c-e-da-sapere-sui-lanci/66685?fbclid=IwAR3iDTpYaVXZlublh64zztbsF9GvONUKni_-ZG6cJ_36Kzc_l5mBJVRFvPI